- 22:29
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Non mi sono mai piaciute le classifiche. Trovo arrogante il pretendere di conoscere il valore assoluto delle cose.
Per una canzone, un quadro, una storia, una persona o un paesaggio non puoi trovare una definizione univoca ed inderogabile definizione di migliore.
Per ognuno è diverso il metro di misura, per ognuno di noi una parola, un colore, un profumo, un silenzio, un tratto o uno sguardo hanno un peso differente, un significato differente.
Per me ad avere il significato maggiore, più profondo, fra tutte le canzoni di De'Andrè è la Canzone del Maggio.
Conoscevo già De'Andrè quando l'ho sentita la prima volta, anche se non da molto. L'ho conosciuto da postumo purtroppo, questo è probabilmente il maggior rimpianto della mia piccola esistenza.
Mi colpì subito, era qualcosa di totalmente diverso da ciò che conoscevo di lui.
Aveva un che di rancoroso quella fisarmonica che ti si pianta dentro la coscienza, lì sotto lo sterno, svegliava la tua necessità di ribellarti, di arrabbiarti e di fare qualcosa, di agire.
Ma non era quello il punto, sarebbe stata una semplice canzone corale di rivolta e ribellione, come ce ne sono a migliaia e come ne ho ascoltate a centinaia. Furono i versi di quella canzone a catturarmi definitivamente, era riuscito non solo a dire, ma addirittura mettere in musica la rabbia, la frustrazione, l'indignazione, senza permetterle di essere volgare, irrispettosa, senza lasciarsi catturare da dolore o accecare dalla vendetta.
E ti catturava, facendo salire un urgenza pressante, che ti annodava la gola e stringeva il cuore. Te ne potevi liberare solo iniziando a cantarla, per dare sfogo a quell'urgenza improrogabile, come fosse un esorcismo per scacciare un male che ti attanagliava.
Non dico sia la canzone migliore del suo repertorio, né la più rappresentativa o altro.
E' stata la canzone che mi è rimasta dentro, più di tutte le sue altre.
E' la canzone che per me significa Fabrizio De'Andrè. Il mio De'Andrè.
Grazie ancora di tutto.
Per una canzone, un quadro, una storia, una persona o un paesaggio non puoi trovare una definizione univoca ed inderogabile definizione di migliore.
Per ognuno è diverso il metro di misura, per ognuno di noi una parola, un colore, un profumo, un silenzio, un tratto o uno sguardo hanno un peso differente, un significato differente.
Per me ad avere il significato maggiore, più profondo, fra tutte le canzoni di De'Andrè è la Canzone del Maggio.
Conoscevo già De'Andrè quando l'ho sentita la prima volta, anche se non da molto. L'ho conosciuto da postumo purtroppo, questo è probabilmente il maggior rimpianto della mia piccola esistenza.
Mi colpì subito, era qualcosa di totalmente diverso da ciò che conoscevo di lui.
Aveva un che di rancoroso quella fisarmonica che ti si pianta dentro la coscienza, lì sotto lo sterno, svegliava la tua necessità di ribellarti, di arrabbiarti e di fare qualcosa, di agire.
Ma non era quello il punto, sarebbe stata una semplice canzone corale di rivolta e ribellione, come ce ne sono a migliaia e come ne ho ascoltate a centinaia. Furono i versi di quella canzone a catturarmi definitivamente, era riuscito non solo a dire, ma addirittura mettere in musica la rabbia, la frustrazione, l'indignazione, senza permetterle di essere volgare, irrispettosa, senza lasciarsi catturare da dolore o accecare dalla vendetta.
E ti catturava, facendo salire un urgenza pressante, che ti annodava la gola e stringeva il cuore. Te ne potevi liberare solo iniziando a cantarla, per dare sfogo a quell'urgenza improrogabile, come fosse un esorcismo per scacciare un male che ti attanagliava.
Non dico sia la canzone migliore del suo repertorio, né la più rappresentativa o altro.
E' stata la canzone che mi è rimasta dentro, più di tutte le sue altre.
E' la canzone che per me significa Fabrizio De'Andrè. Il mio De'Andrè.
Grazie ancora di tutto.
- 22:41
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Ieri sera, dopo aver scritto il precedente post, ho letto un pò di commenti vari su Twitter a proposito della scarcerazione di Sofri.
Devo dire che la prima impressione è stata di ribrezzo.
Che non è cosa buona, perchè deve essere la stessa sensazione che hanno quei vecchi giornalisti che di tanto in tanto fanno articoli su una fantomatica "violenza che gira per Internet".
E realizzare di essere caduto a tali livelli mi ha un po' demoralizzato.
Una volta ripreso ho realizzato il motivo del mio sconforto. I qualunquisti.
Insomma avevo appena finito di scrivere un post sulla fiducia sulla gente, sulle cose belle e tutto il resto e mi son trovato a leggere di improvvisati ministri della giustizia che si facevano carico di illustrarmi gli errori dello stato di diritto, il tutto in soli 140 caratteri, o ad andare a dipanare complesse trame complottistiche di varie (che una sola era troppo facile) loggie massoniche. Il tutto sempre rigorosamente in 140 caratteri.
Al dilà del limite dei caratteri del povero Twitter, la cosa che mi fa imbestialire è la saccenza, la superficialità e la mancanza di rispetto di questi qualunquisti.
Come si permettono di sputare sentenze così, senza alcun diritto, alcuna qualifica, senza alcun rispetto, su una vicenda dai contorni tanto complessi, tanto oscuri e indefiniti come questa?
Come se una loro ricerca su Wikipedia valga più di anni di indagini, lavori, riflessioni, storie.
Poi mi sono ricordato di quello che avevo appena finito di scrivere.
Loro esistono, che scrivano su Internet, su un quotidiano, che parlino a vanvera in comizi sono sempre loro. Sono io che finisco sempre per distogliere lo sguardo, dimenticandomi di quanti siano, di quanto siano brutti a sentirsi.
Ma io non posso fare finta di niente, io ho belle storie da raccontare, da farmi raccontare, ho un mondo complesso e affascinante da spiegare e tante cose affascinanti e complesse da imparare.
Perchè vorrei risparmiare un mal di pancia a qualcuno, la prossima volta.
Devo dire che la prima impressione è stata di ribrezzo.
Che non è cosa buona, perchè deve essere la stessa sensazione che hanno quei vecchi giornalisti che di tanto in tanto fanno articoli su una fantomatica "violenza che gira per Internet".
E realizzare di essere caduto a tali livelli mi ha un po' demoralizzato.
Una volta ripreso ho realizzato il motivo del mio sconforto. I qualunquisti.
Insomma avevo appena finito di scrivere un post sulla fiducia sulla gente, sulle cose belle e tutto il resto e mi son trovato a leggere di improvvisati ministri della giustizia che si facevano carico di illustrarmi gli errori dello stato di diritto, il tutto in soli 140 caratteri, o ad andare a dipanare complesse trame complottistiche di varie (che una sola era troppo facile) loggie massoniche. Il tutto sempre rigorosamente in 140 caratteri.
Al dilà del limite dei caratteri del povero Twitter, la cosa che mi fa imbestialire è la saccenza, la superficialità e la mancanza di rispetto di questi qualunquisti.
Come si permettono di sputare sentenze così, senza alcun diritto, alcuna qualifica, senza alcun rispetto, su una vicenda dai contorni tanto complessi, tanto oscuri e indefiniti come questa?
Come se una loro ricerca su Wikipedia valga più di anni di indagini, lavori, riflessioni, storie.
Poi mi sono ricordato di quello che avevo appena finito di scrivere.
Loro esistono, che scrivano su Internet, su un quotidiano, che parlino a vanvera in comizi sono sempre loro. Sono io che finisco sempre per distogliere lo sguardo, dimenticandomi di quanti siano, di quanto siano brutti a sentirsi.
Ma io non posso fare finta di niente, io ho belle storie da raccontare, da farmi raccontare, ho un mondo complesso e affascinante da spiegare e tante cose affascinanti e complesse da imparare.
Perchè vorrei risparmiare un mal di pancia a qualcuno, la prossima volta.
- 21:28
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Oggi ho letto un articolo di Adriano Sofri, e mi è piaciuto molto.
Parlava di un bambino che abita in un isola turistica, di un prete, di due suore, di un veterinario.
Si poi c'è anche una nave da crociera che si infrange sugli scogli, dei naufraghi, un probabile disastro ambientale, colpe da chiarire, responsabilità da assumersi, ma quello è solo un contorno.
Nel racconto di Sofri la polemica trova poco spazio, ci sono solo belle storie.
Storie semplici, che raccontano di solidarietà, che scaldano il cuore.
Avrei voluto leggere più storie come questa, non mi interessano i capitani che scappano dalla nave, non mi interessa conoscere il dolore che sta dietro ogni signola lacrima dei sopravvissuti, non voglio conoscere una per una le storie di quelli che sono rimasti intrappolati fra acciaio e mare, quelle sono brutte storie, sono storie che sento sempre, sono storie che non voglio imitare.
Io voglio che si parli delle cose belle, di quelle che vogliamo rivedere, di quelle che ci fanno stare bene.
Perchè parlarne è un primo passo per realizzarle, per ripeterle. E io non voglio ripetere un altro disastro del genere.
Poi ovviamente a metà lettura mi è scesa la lacrimuccia, come già in passato con dei suoi articoli.
Perchè questa persona evidentemente aveva il mio stesso desiderio di belle storie, ed ha avuto anche il coraggio, la forza, di andarle a cercare queste storie.
E credo che sia il fatto che una persona, dopo aver vissuto così tanto come ha vissuto Adriano Sofri, abbia ancora la voglia, la forza, di credere nel resto dell'umanità ad emozionarmi tanto, a farmi sentire tanto meschino, tanto piccolo.
Grazie per crederci ancora, grazie per insegnarci a crederci ancora.
Parlava di un bambino che abita in un isola turistica, di un prete, di due suore, di un veterinario.
Si poi c'è anche una nave da crociera che si infrange sugli scogli, dei naufraghi, un probabile disastro ambientale, colpe da chiarire, responsabilità da assumersi, ma quello è solo un contorno.
Nel racconto di Sofri la polemica trova poco spazio, ci sono solo belle storie.
Storie semplici, che raccontano di solidarietà, che scaldano il cuore.
Avrei voluto leggere più storie come questa, non mi interessano i capitani che scappano dalla nave, non mi interessa conoscere il dolore che sta dietro ogni signola lacrima dei sopravvissuti, non voglio conoscere una per una le storie di quelli che sono rimasti intrappolati fra acciaio e mare, quelle sono brutte storie, sono storie che sento sempre, sono storie che non voglio imitare.
Io voglio che si parli delle cose belle, di quelle che vogliamo rivedere, di quelle che ci fanno stare bene.
Perchè parlarne è un primo passo per realizzarle, per ripeterle. E io non voglio ripetere un altro disastro del genere.
Poi ovviamente a metà lettura mi è scesa la lacrimuccia, come già in passato con dei suoi articoli.
Perchè questa persona evidentemente aveva il mio stesso desiderio di belle storie, ed ha avuto anche il coraggio, la forza, di andarle a cercare queste storie.
E credo che sia il fatto che una persona, dopo aver vissuto così tanto come ha vissuto Adriano Sofri, abbia ancora la voglia, la forza, di credere nel resto dell'umanità ad emozionarmi tanto, a farmi sentire tanto meschino, tanto piccolo.
Grazie per crederci ancora, grazie per insegnarci a crederci ancora.
- 20:10
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Di recente ho ascoltato 'Per ora noi la chiameremo felicità' l'ultimo album de 'Le Luci della Centrale Elettrica'.
Ho aspettato parecchio prima di sentirlo, avevo molta paura dopo le recensioni iniziali che avevo letto in giro, non ne parlavano con toni troppo rosei.
Forse non è insano come il precedente, forse la pazzia iniziale è stata un pò stemperata, può essere, ma nonostante questo ho ritrovato la stessa identica malinconia delirante. Esattamente quello che mi piace di loro. Di lui.
Non voglio farene una recensione che non ne sarei nemmeno in grado, e nemmeno mi interessa.
Non comprendo nemmeno appieno i testi, ma non me ne preoccupo troppo, mi basta la sensazione che trasmettono. So bene di essere ignorante ma riesco a conviverci.
Volevo solo ricordare a tutti l'importanza della pazzia, che le Luci esprimono così bene.
Ho aspettato parecchio prima di sentirlo, avevo molta paura dopo le recensioni iniziali che avevo letto in giro, non ne parlavano con toni troppo rosei.
Forse non è insano come il precedente, forse la pazzia iniziale è stata un pò stemperata, può essere, ma nonostante questo ho ritrovato la stessa identica malinconia delirante. Esattamente quello che mi piace di loro. Di lui.
Non voglio farene una recensione che non ne sarei nemmeno in grado, e nemmeno mi interessa.
Non comprendo nemmeno appieno i testi, ma non me ne preoccupo troppo, mi basta la sensazione che trasmettono. So bene di essere ignorante ma riesco a conviverci.
Volevo solo ricordare a tutti l'importanza della pazzia, che le Luci esprimono così bene.
- 22:28
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In mancanza d'altro mi accontento di questo
Il mio sadismo non ha trovato soddisfazione, purtroppo.
E adesso basta cazzate, è ora di mettersi al lavoro.
C'è tanto da fare, ma per la prima volta in 21 anni ho voglia di sperare.
Di sperare forte, di sperare meglio, di sperare bene.
E non ho intenzione di farmi fermare.
Il mio sadismo non ha trovato soddisfazione, purtroppo.
E adesso basta cazzate, è ora di mettersi al lavoro.
C'è tanto da fare, ma per la prima volta in 21 anni ho voglia di sperare.
Di sperare forte, di sperare meglio, di sperare bene.
E non ho intenzione di farmi fermare.
- 22:54
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Tutti contenti oggi, tutti che vendono la pelle dell'orso prima di averlo ucciso.
Sarà, ma io non mi fido.
Non che non abbia voglia di esultare, che non sia contento o altro, ma io non mi fido.
La bottiglia è in fresca, in frigo, ma non intendo tirarla fuori fino a che non avrò visto la conferenza stampa in cui lui rassegna le dimissioni.
Voglio sentirlo dalle sue labbra quel "mi dimetto", voglio vederlo con la coda fra le gambe, con lo sguardo truce e la voce flebile.
Chiamatemi sadico.
Sarà, ma io non mi fido.
Non che non abbia voglia di esultare, che non sia contento o altro, ma io non mi fido.
La bottiglia è in fresca, in frigo, ma non intendo tirarla fuori fino a che non avrò visto la conferenza stampa in cui lui rassegna le dimissioni.
Voglio sentirlo dalle sue labbra quel "mi dimetto", voglio vederlo con la coda fra le gambe, con lo sguardo truce e la voce flebile.
Chiamatemi sadico.
- 18:54
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